Titolo migliore i due autori di un libro particolarmente intenso e fittamente tramato di emozioni non avrebbero potuto trovare. Titolo che, riprendendo il v. 113 del Canto I del Paradiso, caratterizzato dal “trasumanar” di Dante, fa sì che quelle “scritture” che inaugurano una avventura letteraria di alto profilo guardino sempre con curiosità e apertura culturale al gran mare dell’esistenza, trovando in questo mare spunti, suggestioni, intuizioni sempre molto stimolanti. Marcello Verdenelli, autore dei primi due capitoli, il primo, addirittura, sull’idea di infinito, una sorta di santuario della letteratura italiana, e il secondo sulla identità culturale dei confini, tema che si lega concettualmente a quello di infinito, ripercorre con puntualità critica una categoria sostanzialmente mobile, dinamica, aperta, destrutturando, forte di un passaggio leopardiano che si legge nello Zibaldone (“Chi vi ha poi detto che esser infinito sia una perfezione?”), un paradigma che si credeva intoccabile, là dove lo stesso idillio L’infinito è un testo da leggersi come una sorta di tensione, di viaggio verso l’“infinito”, dopo aver attraversato le impurità, le scorie, le barriere, le imperfezioni, dell’“indefinito”, e dove appunto ci si allontana da una lettura puramente metafisica. Non meno coinvolgente ed innovativo è il capitolo finale del libro a firma di Eleonora Ercolani, capitolo che esplora due universi, quello di Pier Paolo Pasolini e di Paolo Volponi, con parecchi punti in comune, ma soprattutto legati da quella “corporalità”, che fa sì che entrambi si riconoscano, data la loro particolare sensibilità linguistica, e indirizzando il focus su Petrolio del Casarsese e Corporale dell’Urbinate, in una sorta di “semiologia corporale”.